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Le prossime crisi del nuovo ordine mondiale

Qual è cambiamento più evidente degli ultimi anni che ha segnato l’ordine internazionale? La crisi della democrazia liberale e del liberalismo. Lo dice un’analisi a cura di Alessandro Politi e contenuta nel volume collettivo Shaping Security Horizons. Strategic Trends (2012-2019) della la Nato Foundation. “Il cambiamento più evidente nella governance e nel governo di vari importanti Paesi è il declino della democrazia liberale – osserva il report – cioè basato sul godimento senza limiti dei diritti umani universali e fondato sull’assioma secondo cui i liberi mercati sono alla base delle democrazie libere”.

La democrazia liberale è in ritirata. Non si è verificato, dunque, ciò che il politologo Francis Fukuyama aveva previsto quando pubblicò il celebre saggio, The End of History?, nell’estate del 1989, proprio quando la Guerra fredda era al tramonto. Il liberalismo, sostenne, sconfisse il fascismo nella prima metà del XX secolo e il comunismo nella seconda metà, e non sarebbe rimasta alcuna valida alternativa. Il mondo, osservò Fukuyama all’epoca, sarà dunque interamente popolato da democrazie liberali. Così non è stato, come scrive anche Alessandro Politi: “Mentre due decenni fa il numero dei governi democratici sembrava aumentare”, oggi “si può osservare la sopravvivenza di alcuni stati totalitari, come la Corea del Nord un considerevole gruppo di governi autoritari, come la Siria e l’Eritrea, e un numero crescente di democrazie ‘controllate’ come la Russia”.

Come ha spiegato anche Vittorio Emanuele Parsi nel suo Titanic. Il naufragio dell’ordine liberale (Il Mulino, 2018), con la fine della Guerra fredda, a partire dal novembre 1989, le istituzioni economiche, le regole e i principi dell’ordine liberale occidentale vennero di fatto estesi all’interno sistema internazionale (…) costituendo quel mercato globale (o quella fase dello sviluppo del capitalismo) che va sotto il nome di globalizzazione. Un ordine liberale internazionale messo in crisi prima dagli attentanti dell’11 settembre 2001 e dalle guerre in Afghanistan e Iraq, poi dalla crisi finanziaria del 2007-2008, che ha colpito soprattutto l’Europa. Una crisi politica, si legge nell’analisi della Nato Foundation, “incarnata dal cambiamento nell’equazione liberi mercati = democrazia” e dal momento in cui nei “liberi mercati” si sono affacciati “pochi potenti oligopoli” e “molti (spesso diseredati e impoveriti) clienti”. Tant’è che se queste tensioni non verranno attenuate, “potremmo, nel medio periodo, assistere all’inizio di un processo di de-globalizzazione in un mondo multipolare”.

Le prossime crisi del nuovo ordine mondiale

Crisi economiche a parte, osserva l’analisi della Nato Foundation, “ci sono altre due dinamiche che rischiano di frammentare politica e mercati nel breve-medio termine: la scissione di Swift in sistemi di transazioni finanziarie concorrenti; e, nel più lungo periodo, la biforcazione di Internet nelle filiali statunitensi e cinesi”. Questo processo rappresenterebbe “la fine della gestione integrata delle carte di credito” e “uno scisma del cyberspazio con conseguenze negative difficili da prevedere nella loro intera estensione”.

Oltre alla sfida sul Climate change, non va dimenticato il ruolo che giocheranno i cambiamenti demografici che stanno già “modellando le politiche dei Paesi più sviluppati”.

In questo scenario globale, le linee di faglia più importanti sono: “La Cina e gli Stati Uniti in un processo di riequilibrio indo-pacifico con conseguenze globali; America Latina di fronte alla sua battuta d’arresto; la Russia per la sua inquieta ricerca di un riorientamento strategico tra Cina e Ue-Nato; India e Iran non ancora delineati negli accordi regionali; il Mediterraneo orientale e il Golfo ancora in profonda crisi; L’Africa in una crescita incerta; la divergenza tra Ue e Usa nelle loro relazioni transatlantiche”.

Pacifico

Nel Pacifico, la lotta per l’egemonia regionale è naturalmente segnata dal confronto tra le due superpotenze: Stati Uniti e Cina. Secondo la Nato Foundation, infatti, “il contenimento nei confronti della Repubblica Popolare” da parte degli Usa “continuerà senza sosta” anche con una Camera guidata dai democratici ” a causa di un consenso piuttosto bipartisan” contro Pechino. A che conseguenze potrebbe portare un confronto fra Washington e Pechino? “Se il contenimento porterà a una fredda deterrenza o a una pericolosa escalation nel Pacifico dipenderà dalla politica del presidente da un lato e, dall’altro, dal modo in cui la Cina sente minacciata i suoi interessi vitali attraverso il confronto commerciale e le sanzioni, incluse le negoziazioni per la Belt and Road Initiative”. Non si esclude che tale confronto possa portare, infine, “a pericolose escalation militari”.

Asia e Medio Oriente

Come spiega Politi, il tentativo americano di limitare – con l’imposizione di sanzioni – l’ascesa dell’Iran nel Golfo Persico continuerà, nella speranza che un diffuso il malcontento produca un regime change. Tuttavia, questo sembra essere un tentativo destinato a fallire, “dal momento che il governo può ancora appellarsi a un forte sentimento nazionalista alimentato dalla presenza di Israele e Arabia Saudita nella coalizione anti Teheran”. Se la crescita economica della Repubblica islamica è in stallo, tale situazione alla lunga “si rivelerà politicamente più costosa per i suoi antagonisti”. Il principale problema con l’Iran, prosegue l’analisi, “non sta nel prevenire un’egemonia emergente nella comunità araba” ma bensì “come accogliere Teheran nel concerto dei poteri locali”. Ipotesi che per il momento “è ritenuta impossibile da alcuni attori regionali”.

Rimane tuttavia improbabile che Teheran riavvii il suo programma nucleare in risposta alle sanzioni statunitensi, in quanto ciò radunerebbe gli attori regionali e internazionali attorno al programma di denuclearizzazione. L’India è l’altro attore che cerca di definire il suo ruolo regionale. Nuova Dehli sta tentando di contrastare l’influenza di Cina e Pakistan, soprattutto nel settore marittimo, collaborando con il Giappone (Asia-Africa Growth Corridor), Iran (porto Chabahar) e Usa sia a livello economico che militare.

Africa

Nel continente africano, la regione che ha maggiore importanza geopolitica è il Grande Corno d’Africa. Quest’area comprende il Sudan (dove l’opposizione politica al regime sta aumentando), il Sud Sudan, il Kenya, l’Uganda e la Tanzania, oltre ai quattro paesi del Corno d’Africa, Eritrea, Etiopia, Gibuti e Somalia, Paesi dove stanno investendo non solo gli Stati Uniti e i loro alleati ma anche la Cina. Anche qui, infatti, è forte la competizione fra Pechino e Washington. “L’elemento più sostanziale – si legge – è il confronto di una serie di iniziative commerciali, di sviluppo e antiterrorismo statunitensi che risalgono alla presidenza Clinton con gli investimenti cinesi nella componente marittima Bri (la cosiddetta New Maritime Silk Road)”. La Bri, infatti, dovrebbe coinvolgere i porti di Mombasa (Kenya), Dar es Salaam (Tanzania) e Gibuti.

Un confronto, quello fra Stati Uniti e Cina, a cui i paesi africani interessanti sembrano rispondere positivamente. “Non solo Etiopia ed Eritrea hanno messo fine a un lungo conflitto” ma “l’Onu prevede anche una transizione post-conflitto nel Darfur, ponendo fine alla missione Unamid dell’Onu (Missione dell’Unione Africana delle Nazioni Unite nel Darfur) entro il 2020”.

Relazioni transatlantiche

Un altro aspetto molto importante è quello caratterizzato dalle relazioni transatlantiche e dal rapporto, sempre più controverso, fra Stati Uniti ed Unione europea. A tal proposito, “sia il referendum sulla Brexit del 2016, sia la nuova presidenza degli Stati Uniti, hanno messo in discussione l’integrazione europea” già “indebolita dalla crisi finanziaria globale del 2006”. Come sottolinea la Nato Foundation, “nonostante il dibattito interno tra vecchi e nuovi partiti in diversi paesi euroatlantici sugli interessi nazionali e la globalizzazione, c’è chiaramente un divario politico tra la convenienza oggettiva delle istituzioni multilaterali e la rinnovata urgenza di affermare il controllo e gli interessi nazionali”.

I Paesi europei, nella maggior parte dei casi, “non hanno più i mezzi per perseguire politiche appropriate per affrontare a livello nazionale i gravi svantaggi e le opportunità di un ambiente globalizzato”. L’Unione europea è sempre meno unita e integrata, e le principali scissioni all’interno dell’Ue si stanno muovendo non solo lungo la direzione Nord-Sud ma anche lungo la direzione Est-Ovest”. Una “frammentazione geopolitica”, più che dettata da scelte di politica interna.

Dal canto suo, la Nato, anche supponendo che i 28 Paesi europei raggiungano l’obiettivo del 2% del Pil per la spesa militare entro il 2024, deve ancora superare un nuovo scetticismo sull’utilità di un’organizzazione collettiva di difesa e sicurezza limitata principalmente all’Europa di fronte alla pressione russa. FONTE

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